Per chi conosce bene il nostro territorio, balza subito agli occhi. L’agricoltura intensiva sta modificando i paesaggi rurali soprattutto del Nord, stravolgendo i tratti distintivi che hanno sempre connotato le nostre campagne.
In un paese che per la sua particolare morfologia, è stato sempre interessato dall’attività agricola e zootecnica dell’uomo, dove gli altopiani alpestri sono pascolati fino al limite dei ghiacciai, i terrazzamenti in pietra rubano terra coltivabile sull’orlo di scogliere e vulcani, trova sempre più spazio un’agricoltura meccanizzata, impegnata a sviluppare tecniche per la produttività dei terreni. E’ l’agricoltura intensiva, quella supportata dalla tecnologia e bioingegneria, dove si usano sementi selezionate, OGM o prodotti chimici fitosanitari, che inevitabilmente relega l’agricoltura tradizionale ad un ruolo marginale e di  pura sussistenza.

Agricoltura intensiva: i pro e i contro di un tema caldo

Ma cosa ha determinato lo sviluppo dell’agricoltura intensiva?
Tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’90, con lo sviluppo della tecnologia e della ricerca, il miglioramento delle condizioni di vita, la popolazione mondiale è cresciuta inesorabilmente e oggi siamo 7 miliardi di persone, con una previsione per il 2050 di 9 miliardi, e tutte da sfamare.
Questa previsione ha generato un implementazione delle tecniche di sfruttamento dei terreni e uno dei vantaggi dell’agricoltura intensiva è proprio la produttività delle estensioni agricole, che è divenuta altissima.
Il tutto si traduce in prodotti cerealicoli, come grano e mais, frutta e verdura che vengono immessi sui mercati a prezzi più economici, garantendo maggiore accessibilità al cibo anche alle fasce più deboli della popolazione.
I governi dei paesi più industrializzati e le grandi multinazionali hanno pertanto applicato una politica di sviluppo atta a soddisfare la continua crescita dei fabbisogni alimentari mondiali, generando però una scellerata corsa al profitto, con un impatto negativo sull’ambiente e sulle risorse naturali come la terra e l’acqua.
Negli ultimi anni infatti, molti studi hanno evidenziato che questa agricoltura moderna depaupera, nuoce e altera l’ambiente in vari modi. Deforestazione, desertificazione utilizzo di pesticidi e fertilizzanti, sfruttamento sistematico del suolo e inquinamento idrico sono solo alcuni dei danni collaterali dell’agricoltura intensiva.

L’Italia e l’agricoltura intensiva: un rapporto in evoluzione

In Italia l’agricoltura intensiva viene praticata soprattutto in Puglia e nella Pianura Padana, grazie alla presenza del grande Po, che con la sue risorse idriche garantisce una costante irrigazione dei campi. In questa vasta area infatti, l’ agricoltura rappresenta l’ossatura economica del nostro Paese, dove è concentrato il 35% della produzione. Un’ ambiente sfruttato con ogni tecnica e mezzo, in grado ancora di regalare le migliori eccellenze agroalimentari italiane, che andrebbe gestito e curato con maggiore attenzione, arginando i danni dell’agricoltura intensiva.
Il paradosso tutto italiano è che negli ultimi anni, le Regioni dell’area padana, hanno speso miliardi di euro di soldi pubblici per le misure agroambientali europee finalizzate alla riduzione della chimica in agricoltura, ma che purtroppo, in Italia, la vendita di pesticidi aumenta, collocandoci al primo posto in Europa per uso di queste dannose sostanze chimiche. Le grandi estensioni coltivabili sottraggono inoltre, spazi preziosi allo sviluppo e crescita dell’agricoltura biologica che nonostante la crescente richiesta del mercato, viene frenata dalla mancanza di terreni coltivabili.

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