Amatrice prima di stanotte era un piccolo gioiello artistico, immersa nel silenzio e nel verde dei boschi della conca che ne prende il nome, incastonata nel Parco Nazionale d’Abruzzo e circondata dalle alte e taglienti vette dei Monti della Laga, dove secondo i vecchi pastori  passò l’esercito di Cartagine: un sentiero a duemila metri di quota, chiamato ancora “tracciolino di Annibale”.

E come ai tempi dei Punici, la conca di Amatrice è ancora il crocevia dell’Appennino. Qui si incontrano quattro regioni, Abruzzo, Marche, Umbria  e Lazio, segnate dal percorso della via Salaria moderna che riprende l’antico tracciato della consolare romana, che porta verso l’Adriatico.

Una zona bellissima, molto apprezzata da un turismo di nicchia, per la straordinaria autenticità di questi luoghi, rimasti a volte impervi e lontani dalla contaminazione dell’uomo.  Boschi di cerro, castagno, pioppi e immensi  faggeti fino ad arrivare alle praterie alle montagne più alte, dove il cielo diventa di un azzurro intenso e soffia sempre il vento. Qui la gente vive ancora con i ritmi lenti, la semplicità e l’ospitalità tipici della civiltà contadina. Qui tutti gli abitanti annoverano nelle loro famiglie un nonno o un avo pastore, che con la stagione fredda partiva per la transumanza verso la Puglia, ed in epoca più recente verso l’Agro Romano.

E da questa sua profonda connotazione economica e culturale è nata la sua fama, quella che ha fatta conoscere Amatrice al mondo, con una specialità gastronomica preparata dai pastori durante i lunghi mesi al seguito delle greggi, fatta di semplice pasta condita con guanciale e pecorino, ma straordinaria al gusto.

La pasta alla Amatriciana è divenuta cosi ambasciatrice non solo di uno dei borghi più belli d’Italia, ma  della storia e delle tradizioni di un popolo abituato dalla notte dei tempi ad una vita semplice, in un ambiente naturale dove freddo e fame hanno spesso fatto la differenza.

Da stanotte però di  Amatrice  resta poco, come di Arquata e Pescara del Tronto e di Accumoli, altre zone colpite dal violento terremoto del centro Italia di questa fine estate.

Se fosse stato solo ieri su Amatrice  avremmo potuto scrivere delle antiche mura medievali erette a difesa della cittadina; della bella  Torre civica risalente al XIII secolo; della Chiesa di Sant’Agostino, le severe torri campanarie, il suo bellissimo portale tardo gotico e  i meravigliosi affreschi del quattrocento; della chiesa di San Francesco della seconda metà del Trecento. Ma oggi tutto questo è avvolto da macerie e distruzione, nella triste conta delle vittime sorprese nel sonno da uno dei più terribili castighi che madre natura è in grado di infliggere.  Amatrice e la sua gente però  sono sempre sopravvissuti a guerre, carestie e tanti terremoti devastanti, e sarà ancora così.

Fonti storiche recuperate  ci raccontano che  tra il 1100 ed il 1200, da Amatrice ed i suoi dintorni  partirono i baroni della zona e il loro seguito alla volta delle Crociate, da cui tornarono dopo essersi distinti per l’eccezionale coraggio, fermezza e caparbietà, tratto che ancora contraddistingue la popolazione di questi luoghi.  E questo è il miglior modo per concludere questo piccolo omaggio a chi ora è nella sofferenza. Augurando alla gente di Amatrice e delle altre località colpite dal sisma, strette dalla disperazione del lutto e della disgrazia, di ritrovare tutta la forza e la tenacia che ebbero un tempo i loro antenati crociati. Ricostruire è facile, dimenticare chi si è perso impossibile, si può solo continuare a vivere.

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