I carretti siciliani furono per la prima volta presentati al resto del mondo in occasione dell’Esposizione Nazionale di Milano del 1881 e divennero ben presto famosissimi ovunque. Essi si diffusero capillarmente in Sicilia a partire dall’inizio dell’Ottocento a seguito del miglioramento del sistema stradale e delle condizioni generali di vita. I carretti erano lo strumento più importante del lavoro dei venditori ambulanti che, per attirare l’attenzione sulla merce, bardavano riccamente i loro mezzi di trasporto e i cavalli con placche di cuoio, chiodi dorati, specchietti, nastri, borchie, pennacchi colorati e campanelli che, con il loro suono, annunciavano l’arrivo del commerciante. Fu allora che cominciò a diffondersi l’abitudine di dipingere le fiancate ed intagliare e decorare ogni parte. Le pitture del carretto erano in origine di colore blu e di soggetto religioso, ma a poco a poco assunsero i colori di base caratteristici attuali, il giallo e rosso.
In seguito si ampliò il repertorio figurativo con l’inclusione delle storie cavalleresche che, sulla scia del successo ottenuto dai cantastorie, diventarono ben presto le preferite dai decoratori dei carretti siciliani, che si ispiravano all’opera dei pupi, ai suoi cartelloni e alle sue scenografie di matrice genuinamente popolare. Sono le testimonianze dei viaggiatori francesi dell’Ottocento, sorpresi nel trovare che le storie carolinge fossero maggiormente diffuse e conosciute tra il popolo di Sicilia che nella loro madrepatria, che dimostrano un’evoluzione e un progressivo incremento dei soggetti cavallereschi sul carretto.

I carretti siciliani: straordinaria arte figurativa

Le pitture dovevano servire a porre il carretto sotto la protezione divina, ma esse erano anche utili a proteggere il legno dagli agenti atmosferici e ad attirare i clienti. I pittori dei carretti siciliani non erano però vincolati al repertorio dell’opera dei pupi ed essi furono quindi liberi di includere sui carretti che dipingevano, anche molti altri argomenti che non avevano mai fatto parte dei cicli di pupari e cantastorie, come per esempio le guerre di Napoleone, la Cavalleria Rusticana, le crociate, i Vespri Siciliani. E se generalmente i decoratori seguivano una legge non scritta che dettava una specie di unità aristotelica per l’argomento dei quattro scacchi principali del carretto, tale legge non era poi universalmente accettata e non è raro vedere sullo stesso mezzo, figurazioni prese da storie completamente diverse, che lo straordinario immaginario del popolo siciliano riviveva come simili.
Qualunque ne sia la ragione, i soggetti religiosi abbandonarono quasi completamente i masciddara, ossia le fiancate del carretto, ognuna divisa in due scacchi che ospitavano le pitture, e finirono con l’essere confinati nella parte più segreta, il “pizzo della cascia di fuso, a cui veniva solitamente destinata
l’immagine del santo sotto la cui protezione si voleva porre il carretto e il suo carrettiere. Due fra le figurazioni più diffuse nei pizzi della Sicilia sono la Sacra Famiglia e San Giorgio che uccide il drago. La cascia di fuso è l’elemento del carretto che sormonta l’asse fra le ruote, e si trova sotto il cassone.
Essa è formata da un pizzo centrale, un piccolo quadretto scolpito in legno posto al centro, e dal rabiscu, una decorazione in ferro battuto che occupa tutto lo spazio fra l’asse e la cassa. Altro elemento importante del carretto, anche se solo decorativo e non funzionale, è la chiave scolpita dietro il cassone, che riceveva maggiori cure del pizzo perché era più in vista. Le immagini delle chiavi non si riferivano sempre al soggetto delle fiancate e a volte rappresentavano il carretto stesso con il suo cavallo. Il carretto in Sicilia, oltre che strumento di lavoro, era un vero e proprio status symbol; andando in giro per le strade dell’isola il carrettiere intonava i suoi canti accompagnato dal melodico suono delle boccole metalliche che, fuse con il bronzo da campana e inserite nei mozzi, risuonavano per l’attrito con l’asse che reggeva le ruote.

I carretti siciliani: opere d’arte degne di un museo

Oggi i carretti siciliani sono un elemento di folklore, la cui costruzione è riservata a pochi artigiani che portano avanti le loro botteghe affidandosi a una committenza che richiede carretti a scopo esclusivamente ornamentale. Molti interessanti esemplari d’epoca, che testimoniano l’evoluzione del carretto e delle sue decorazioni, per non parlare della varianti locali, che rendevano immediatamente riconoscibile il paese d’origine del mezzo, sono conservati al Museo Etnografico Giuseppe Pitrè a Palermo e al Museo del Carretto Siciliano che si trova sul lungomare di Terrasini.

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