Se ne parla da anni, si lanciano allarmi, si organizzano convegni, si firmano protocolli, ma i ghiacciai italiani ed il loro stato di salute stanno seguendo purtroppo l’andamento del pericoloso fenomeno globale dello scioglimento dei ghiacci. Da noi le cose, infatti, non vanno meglio rispetto ad altre zone del pianeta, forse meno peggio rispetto agli altri paesi alpini.
Ma meno peggio significa ugualmente allarme, perché l’irrereversibile processo di surriscaldamento globale interessa anche i ghiacciai italiani, dove sono incastonate immense riserve di acqua dolce, alle quali nessun paese potrebbe mai rinunciare senza ipotizzare nefaste e tragiche conseguenze per l’ecosistema e la sopravvivenza stessa dell’ uomo.

La fotografia dei ghiacchai italiani: emergenza totale

Gli ultimi dati pubblicati dal nuovo Catasto dei Ghiacciai italiani, dopo più di 50 anni dalle ultime rilevazioni, parlano di una perdita del 30% di superficie, mentre in questo mezzo secolo i corpi glaciali sono passati da 835 a 903, un dato che evidenzia un processo di frammentazione sempre più irreversibile.
I ghiacciai italiani hanno un’estensione di 369 chilometri quadrati, paragonabile al Lago di Garda, mentre la perdita, è di circa 150 chilometri quadrati, l’equivalente dell’estensione dell’intero Lago di Como.
Il ritiro dei ghiacciai Italiani sta modificando inoltre i confini delle nostre regioni, come nel caso del ghiacciaio della Marmolada, condiviso tra Trentino e Veneto, che dal 2002 e’ passato interamente alla provincia di Trento.
Ma cosa accade quando un ghiacciaio scompare o si ritira?
Si può impiantare nuovamente la vita o rimangono solo paesaggi rocciosi, spogli e lunari?
A rispondere e’ la glaciobiologia, che sulla base di alcuni studi compiuti sui ghiacciai italiani, che hanno subito processo di erosione, come nella valle di Matsch in Alto Adige, ha scoperto che nei primi 5 anni sul terreno vergine di arretramento del ghiacciaio nascono 448 specie, che diventano 558 dopo 50 anni.
Ma la scoperta inaspettata e’ stata fatta sul ghiacciaio del Calderone, in Abruzzo, dove addirittura si sono trovati insediamenti di nuove specie. Considerato un tempo il ghiacciaio più a sud d’Europa, con gli ultimi rilievi del 2015 e’ stato declassificato a glacionevato, anche se rimane comunque un geosito importantissimo per l’ambiente di alta montagna dell’Appennino, testimone dell’ ablazione dei ghiacciai italiani e dei cambiamenti climatici in corso.
Una notevole diminuzione di superficie e’ stata registrata anche in Friuli e Piemonte, con un dimezzamento dell’estensione, riduzioni di circa un terzo si sono censite in Trentino e Alto Adige, mentre la Lombardia e la Valle d’Aosta segnano una minore arretramento.

I noti e meno noti tra i ghiacciai italiani

I ghiacciai italiani sono dunque numerosi, piccoli e frammentati e per chi non pratica attività in montagna sono quasi tutti sconosciuti, tranne alcuni, famosi perché teatro di violenti combattimenti durante la Grande Guerra. Tra questi il Ghiacciaio dell’ Adamello-Mandrone, che può essere definito il ghiacciaio più grande d’Italia perché consistente di un unico corpo glaciale dalla forma insolita, simile a quella dei grandi ghiacciai scandinavi.
Tra quelli che presentano un area superiore ai 10 km c’è anche il Ghiacciaio dei Forni, nel Parco Nazionale dello Stelvio e il Miage, in Valle d’Aosta, ma al di là dei nomi e dei dati quello che importa è che la progressiva fusione dei ghiacciai Italiani porterà ad un cambio totale del paesaggio montano. L’ aspetto più grave resta comunque l’ impatto sull’ ecosistema e sulla ripartizione delle risorse idriche. E il nostro Paese, ad oggi, non ha ancora messo in campo strategie di adattamento pianificate, per contrastare le conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai italiani. E come dice il proverbio…il peggio deve ancora venire.

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