Se dici Lagotto Romagnolo  inevitabilmente il pensiero corre ai boschi, scaldati dai colori dell’autunno o dai profumi della bella stagione, a lunghe uscite per sentieri impervi, a quel rapporto unico che da millenni si è stabilito tra uomo e cane, fedele e insostituibile compagno nella protezione e difesa dei beni e nella ricerca del sostentamento quotidiano.
Già, perché questo simpatico animale è al momento tra i migliori cani da tartufo, l’unica razza specializzata per la ricerca del preziosissimo tubero. Vivace, intelligente e fortemente legato al padrone, ha abbandonato l’istinto alla caccia, tipica dei cani da acqua, ma ha mantenuto l’attitudine al riporto, rivelandosi capace di grande concentrazione nel momento del lavoro.

Le antiche origini e l’evoluzione del Lagotto Romagnolo

Inizialmente importato nel nostro paese a seguito degli scambi commerciali tra popolazioni italiche e orientali, la sua  presenza in Italia è testimoniata nella necropoli etrusca di Spina, vicino a Ferrara, dove furono rinvenute raffigurazioni di attività venatorie ritraenti un tipo di cane molto simile al Lagotto Romagnolo. Molte fonti lo associano al Canis Familiaris Palustris, rintracciabile a cavallo dell’ anno 0 e chiamato anche cane delle paludi.
Si deduce quindi che questa razza fu sempre tipica del Ravennate, Comacchio, Delta del Po e zone limitrofe, tanto da far ritenere il Lagotto come il vero e unico progenitore di tutte le altre razze di cani da acqua.
Come il Cane Bolognese, conobbe molta diffusione nel periodo rinascimentale e la riprova e’ in uno splendido affresco che lo ritrae, opera del Mantegna, conservato nel Palazzo Ducale dei Gonzaga a Mantova.
Alla luce di quanto detto, appare quindi chiaro perché il Lagotto Romagnolo sia annoverato tra le razze canine italiane.
Il nome infatti deriva dal dialetto romagnolo: “Càn Lagòt” che significa cane da acqua o cane da caccia in palude. Il Lagotto Romagnolo infatti, precedentemente alle bonifiche del ‘800 nelle valli di Comacchio e paludi della Romagna, veniva impiegato per il riporto della selvaggina, grazie ad un pelo folto e riccio  che proteggeva l’animale dal contatto con l’acqua, spesso gelata.

La conversione al tartufo del Lagotto Romagnolo

A seguito del cambiamento del territorio con la perdita di zone acquitronose, il Lagotto rischiò di rimanere un eccellente disoccupato, perdendo progressivamente la sua funzione di cane acquatico.
Ma un’altra attività molto praticata dai vallaroli del Comacchiese era la cerca del tartufo, allora meno apprezzato e conosciuto di adesso, ma molto più abbondante. Perchè quindi non reimpiegare il proverbiale olfatto di questo cane in altro modo?
Il periodo in cui il Lagotto si specializzò in questo nuovo compito si può collocare tra il 1840 ed il 1890 e in breve tempo la fama delle straordinarie capacità di questo cane per la ricerca del tartufo, si diffusero in tutta la regione.
Nel 1988 e’ stato fondato il Club Italiano Lagotto e nel 1992 e’ arrivato il riconoscimento ufficiale da parte dell’E.N.C.I. con l’approvazione dello standard morfologico, mentre nel 1995, grazie all’opera costante del Club e dei suoi organismi tecnici, si è giunti al riconoscimento internazionale provvisorio da parte della F.C.I., Fédération Cynologique Internationale.
A proposito, non fatevi trarre in inganno da quanto letto fin qui. Il Lagotto Romagnolo si candida anche tra i cani da compagnia. Rustico, dolce, simpatico, equilibrato ed intelligente, impara rapidamente ed è un ottimo compagno di giochi per i bambini. Basta che non si inoltrino assieme per i boschi. Anche se non addestrato, tornerebbe a tarda sera con un inconfondibile aroma di tartufo addosso.

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