Il patrimonio zootecnico italiano e’ ricchissimo ed è il complesso degli animali domestici, che per i più diversificati impieghi, vengono allevati sul nostro territorio. La disabitudine al rapporto con questi, derivato a partire dagli anni ’60 dallo spopolamento delle campagne a favore dei grandi centri urbani, ha portato sempre più spesso a non tener conto che ciò che giunge sulle nostre tavole sotto forma di cibo e’ la conclusione di un lavoro, molto impegnativo e poco apprezzato: quello dell’allevatore.
Senza voler ferire la sensibilità di chi ha scelto di abbracciare una dieta vegetariana o il veganesimo, l’allevamento in Italia vanta una vocazione antica. E’ destinato soprattutto alla macellazione e comprende milioni di capi di bestiame, soprattutto suini, prevalentemente concentrati in allevamenti intesivi, in gran parte collocati al Nord: Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto.

Il patrimonio zootecnico italiano: numeri e curiosità

Il patrimonio zootecnico italiano e’ prevalentemente costituito da bovini da latte e bovini da carne, che negli ultimi dieci anni hanno registrato una contrazione in numero di capi di circa 8%, a causa sicuramente della crisi, di una mutata attenzione verso una dieta povera di grassi animali e di una nuova etica alimentare.
Sorte inversa per gli allevamenti di bufaline di cui si registra un aumento e che contano 400 mila animali.
L’allevamento di suini, con le cui carni da sempre si preparano molti prodotti DOP italiani, che identificano la grande tradizione gastronomica del nostro Paese, si conferma il più numeroso per esemplari, con 9,2 milioni di capi. Non bisogna poi dimenticare gli ovini e i caprini, largamente allevati nel Sud e in Sardegna con 3 metodi: il sistema stanziale o fisso, che costituisce la forma più diffusa nell’Italia centro–meridionale; quello a piccola transumanza, prevalente nelle zone alpine, conosciuto anche come allevamento in malga; quello a grande transumanza, con greggi di 1000–3000 capi e che costituisce la forma di allevamento più diffusa nell’ Italia meridionale e insulare.
Anche l’acquacoltura fa parte del patrimonio zootecnico italiano, insieme agli equidi, avicoli e api.

Il patrimonio zootecnico italiano e la perdita di razze autoctone

Il patrimonio zootecnico italiano, ossatura portante dell’allevamento in Italia, fa oggi i conti con una contrazione della domanda, ma anche con la perdita di numerose razze autoctone di grande pregio e valore. L’ invasione di razze cosmopolite ha portato alla perdita dei nostri maiali neri a favore di quelli rosa, tipici del Nord Europa. Il maiale di Cavour e quello di Garlasco sono completamente scomparsi. Tra le mucche si è estinta la razza Pasturina, simile alla Chianina, mentre sopravvivono pochi esemplari di Pontremolese, che ai tempi di Michelangelo, tirava i carri su cui viaggiavano i pesanti blocchi di marmo.
La Rossa Reggiana, dal cui latte ha avuto origine il Parmigiano, ha rischiato di scomparire tanto che nel 1981 ne erano rimaste 450. Solo un progetto di tutela e conservazione della specie messo in opera da gruppo di lungimiranti allevatori la salvo dall’ oblio. Oggi ne esistono 4 mila esemplari e il miglior Parmigiano Reggiano è quello del Consorzio Vacche Rosse. Con l’ avvento della tecnologia e della meccanizzazione in agricoltura anche molte razze asinine sono andate perse.
L’ Asino di Martina Franca, dall’alta statura e resistente oltremodo alla fatica e intemperie, è ancora oggi, malgrado il numero di capi in costante crescita, definito a rischio estinzione. Ma il dato più controverso resta comunque uno. Il patrimonio zootecnico italiano e’ costituito al 99% da specie allevate a scopo alimentare. Vengono chiamati per questo motivo animali da reddito e provengono quasi esclusivamente da allevamenti intensivi. Sarebbe opportuna una riflessione.

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