Il pesce di allevamento abbonda sempre più sulle nostre tavole. La riduzione delle specie ittiche a livello europeo e nazionale e’ oramai un’ emergenza. Di qualche settima fa la notizia infatti che l’ Europa ha già terminato le sue scorte di pesce per il 2015, trovandosi costretta ad importarlo da paesi extraeuropei e anche se l’ Italia possiede la più grande flotta peschereccia della Comunita’, il Mar Mediterraneo subisce da anni la depredazione della biodiversità marina. Una risposta alla continua domanda da parte del mercato arriva quindi dal pesce di allevamento, capace di soddisfare la richiesta di un alimento sano e ricco di omega 3 e 6  e vero principe della tradizione gastronomica italiana di molte regioni. Ma le proprietà nutritive sono le stesse?

Il pesce d’ allevamento: come e dove si alleva

Da decenni in Italia, sono sorti centri di acquacoltura che non altro non e’ che la produzione di pesce , molluschi e crostacei ed in alcuni casi vegetali marini, in luoghi preposti. Il nostro mare infatti esposto a innumerevoli forme di inquinamento e aggressione, di cui abbiamo già parlato in http://myqualitaly.it/il-mare-italiano-bello-ma-da-difendere-3/, non riesce più a soddisfare la domanda interna. La tipologia di questa tecnica di produzione si divide in: allevamento estensivo, quando l’uomo non apporta nessun nutrimento alle specie presenti, ma ne controlla solo ciclicamente lo stato di salute. Viene, praticata in lagune e laghi costieri, allevamento semi estensivo quando è somministrata al pesce, dagli addetti di settore, un integrazione alimentare in aggiunta a quella già presente in modo naturale, allevamento intensivo, praticato soprattutto in vasche e vivai, sia su terra ferma che in mare che e’ il metodo più discusso. In questi spazi le aziende ittiche arrivano a produrre 7 tonnellate di pesce ogni 50 mq. Il sovraffollamento delle vasche comporta la somministrazione di medicinali ed antibiotici per contenere infezioni e malattie e l’ alimentazione dei pesci e’ completamente controllata dall’uomo che somministra grandi quantità di mangime, vale a dire altri pesci catturati in mare. Infatti il 27% del pesce catturato nel mondo è destinato a diventare mangime per animali allevati. Oggi la tendenza da parte delle aziende ittiche e’ quella di inserire farine a base di soia, grano ed alghe alla base dell’alimentazione del pesce di allevamento così da ridurre il forte impatto ambientale. In Italia, l’ allevamento dei pesci d’ acqua dolce come trota storione e anguilla e’ concentrata nelle regioni del nord, orate branzini e spigole nell’Alto Adriatico, molluschi da Grado al Gargano, ombrina, cefalo e sarago nel Lazio e in Sardegna, in Sicilia e in Calabria gabbie di galleggiamento per l’ ingrasso del tonno.

Il pesce d’allevamento: le proprietà nutritive

A seconda del tipo di impianto da cui proviene, non facilmente individuabile, la scelta per il pesce di allevamento dovrebbe sempre cadere, in primis, sulla rintracciabilità del prodotto. Il consiglio è di preferire quello di acquacoltura italiana rispetto a quella greca o croata, i cui controlli sui sistemi di ossigenazione e depurazione degli impianti, sono meno rigidi che in Italia, con conseguenze intuibili. Inutile negare che un orata di allevamento ha proprietà nutritive diverse che da una pescata di mare. Le miscele somministrate per l’ alimentazione in vivaio riducono gli omega3, i grassi polinsaturi necessari per il nostro benessere cardiovascolare e naturalmente presenti nel pesce, mentre sono maggiori, nelle specie ittiche allevate, gli omega 6. Proteine, vitamine ed altri valori nutritivi sono uguali al selvatico. Il pesce di allevamento arriva sulle nostre tavole con un prezzo due volte inferiore ad un pescato di mare che lo rende molto conveniente, ma unica nota a parte,  resta il gusto ed il sapore, che forse per noi Italiani da sempre estimatori delle ricette di pesce è il vero scoglio da superare.

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