Il Po è il corso d’acqua più lungo e grande del nostro Paese. Tristemente noto alle cronache come il fiume più inquinato d’Italia, fino agli anni ’50, prima la grande crescita industriale, ha rappresentato non solo una imponente risorsa per le popolazioni che abitavano lungo il suo corso, ma ha caratterizzato la storia e la cultura delle popolazioni padane.
Dagli anni ’70 molti sono stati gli interventi ed i programmi per la riqualificazione del fiume, ma oggi più che mai molte sono le iniziative per risanare lo stato di inquinamento idrico del Po e la valorizzare questa immensa risorsa naturale e turistica, tra le più suggestive in Italia.

Il Po: l’ossatura economica di un paese

Il Po nasce in Piemonte, ai piedi del Monviso e da qui, fino alla foce, porta con se arte, storia, tradizioni e paesaggi mozzafiato. Con i suoi 652 km di lunghezza attraversa quattro regioni tra le piu’ produttive d’Italia: il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia-Romagna e il Veneto. Il tragitto che il Po compie attraverso città, borghi, campagne, risaie e paludi non è semplicemente l’alveo di un fiume. Il 40% del PIL del nostro Paese viene prodotto nel bacino di questo corso d’acqua e lungo le sue rive vivono circa 16 milioni di persone. Analizzando dati come il livello di antropizzazione del territorio, le attività produttive insediate, le infrastrutture e il livello di utilizzo di questa grande risorsa idrica, il bacino del Po rappresenta l’ossatura dell’economia nazionale. Lungo le sue rive è infatti insediata il 37% dell’industria nazionale, il 55 % degli allevamenti zootecnici italiani (concentrati in sole 5 province) e il 35 % della produzione agricola.

Il Po’: tra inquinamento e tutela

Con un pianeta che fa sempre più i conti con il problema della carenza di risorse idriche e di acqua potabile, proteggere e tutelare i corsi fluviali è un imperativo. Dalle case, industrie e allevamenti di bestiame viene purtroppo immessa nel Po una quantità di rifiuti organici e chimici quantificabile ad una popolazione di circa 119 milioni. Attraverso il Lambro, affluente del grande fiume, nel 2010 si sversarono nelle sue acque 26.000 tonnellate di idrocarburi, quelle stesse che dissetano agricoltura e industrie e che sfociano all’Adriatico. Il danno fu inquantificabile per tutto l’ecosistema, incluso quello marino. Ma non solo. Come testimonia l’Irccs, l’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, ogni anno nel Po vengono scaricate due tonnellate e mezzo di farmaci, a cui si aggiungono problemi come: le captazioni d’acqua non controllata o a scopi idroelettrici, la selvaggia cementificazione degli argini, l’escavazione abusiva della sabbia dall’alveo e la costruzione di dighe e sbarramenti che hanno portato allo stravolgimento dell’ecosistema dell’intera zona del corso del fiume. Ma in un panorama tanto disastroso c’è ancora la possibilità di fare qualcosa? Assolutamente si. Dal 1990 in Piemonte è nato il “Sistema delle Aree protette della Fascia fluviale del Po”, conosciuto come il “Parco del Po‘”. Qui l’acqua è protetta e l’intento è non solo tutelare, ma ricostruire paesaggi e patrimoni ambientali che erano andati persi.
Il tratto torinese del corso del Po, da Carmagnola a Chivasso, è divenuto oggi un modello di tutela della biodiversità e di promozione dello sviluppo sostenibile, un gioiello talmente bello e prezioso che sarà presto candidato all’Unesco per essere riconosciuto come “Riserva della biosfera”.
Titolo già conferito al “Parco del Delta del Po“, in Emilia Romagna, un territorio con un complesso ecosistema di terra, fiume e mare, che vanta la maggiore estensione di zone umide italiane e che si è creato nel corso dei millenni dalla sedimentazione del fiume, ma anche dall’opera dell’uomo che nei secoli ne ha regolato le sue acque e bonificato i terreni.

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