Doveva essere una giornata fredda quel giorno in Polonia, quando i Russi dell’ Armata Rossa avanzarono verso il campo di Auschwitz e si fermarono al cancello. Un cancello in ferro, con una scritta chiara e con una “B” saldata sottosopra dal fabbro polacco non ebreo Jan Liwacz per indicare il suo”dissenso morale”, che nascondeva l’ inganno dell’ annientamento di centinaia di migliaia di vite . Li’, oltre la rete, settemila ombre umane, malate, emaciate, livide di orrore, dolore, fame, privazioni e violenze, chissà cosa pensarono? Chissà se capirono subito che quello che avevano vissuto sulla propria pelle, che li aveva scarnificati nel corpo e nell’ anima, privandoli di ogni caratteristica umana, era finito? Ebrei, omosessuali, zingari erano stati rinchiusi in quella, ed altre macchine della morte, per cinque anni e più, ma pochi sarebbero sopravvissuti fino a quel freddo giorno d’ inverno.
Oggi sono passati settant’ anni. Ma in quel campo la voce di un milione e centomila anime assassinate, sale forte. Arriva al cielo e torna giù su questa terra. Ed è un urlo, non più silenzioso. Chiede ancora giustizia, di ricordare e non dimenticare. Ricordare le vittime, innocenti e indifese, e non dimenticare ciò che l’ essere umano può scegliere di fare. Strapparsi anima e coscienza e consegnarsi al male assoluto. Dagli archivi militari degli Alleati si continuano a trovare foto e immagini di tanto orrore. Il bisogno di avere prove visive è ancora forte. Tra stupore e annichilamento. L’ “Imperial War Museum” ha annunciato poche settimane fa il restauro della pellicola girata da Sidney Bernstein con l’ aiuto di Alfred Hichcock iniziata già nel febbraio del 1945. L’ opera al tempo venne bloccata pero’, preferendo il Regno Unito in quei mesi una politica di riabilitazione della Germania. Completa di nuove fonti e della sesta e ultima bobina mai montata, verrà pubblicata quest’ anno a commemorazione dei settant’ anni dalla liberazione di Auschwitz. Immagini dure, irreali, che non lasciano spazio che allo sgomento. Ed al solito interrogativo. Perché? Documentari che testimoniano come un popolo intero sia stato ridotto al nulla, con un metodo sistematico, organizzato, pianificato in nome del sadismo e della crudeltà, che iniziava dalla separazione dai propri cari, l’ esposizione del corpo nudo, il tatuaggio, la fame, le umiliazioni, la paura, le docce, i camini, per poi finire con lo smembramento di quei poveri involucri di carne ed ossa per rubare loro ciò che restava della loro precedente vita. I denti. Quelli con cui avevano sorriso e mangiato. Tanto tempo prima che divenissero nulla. Agli Ebrei, agli omosessuali, agli zingari venne tolto tutto. L’ identità, la dignità, gli affetti, i beni materiali che portavano con loro in quell’ ultimo viaggio. Anche i capelli. Perché fossero nulla e la storia è l’ umanità intera si dimenticasse di loro. Mi domando quanto ancora pesi ancora tale orrore sulle coscienze del popolo tedesco. A volte si ha la sottile e forse anche errata sensazione che tutto, dopo Norimberga, sia stato fatto scivolare via, parlandone il giusto, ma non troppo perché generava imbarazzo e tanta vergogna. La stessa dei sopravvissuti che solo dopo molti anni superarono il silenzio vuoto e attonito della barbarie subita, accarezzandosi le cicatrici dell’ anima, quelle che non rimarginano mai e che non puoi far finta di non avere. E iniziarono a raccontare, perché nessuno dimenticasse cosa era stato fatto loro. E perché non accadesse più. In qualsiasi parte del mondo, a qualsiasi uomo ed in qualsiasi epoca. Anche ora sta avvenendo, non facciamo finta che non sia vero. Shalom

Dedicato a Mara, che moltissimi anni fa mi spiegò la differenza tra Ebreo e Giudeo ed a Sara e Diletta, le sue figlie.

Pin It