Il tabacco del Brenta

La storia del tabacco del Brenta ha qualcosa di appassionante e che riporta indietro nel tempo, nel 1763, quando la Repubblica di Venezia, concesse l’autorizzazione alle genti di Valstagna, Oliero, Campolongo, Valrovina e Campese di Bassano del Grappa a coltivare l’ “erba regina”, nome usato per indicare il Tabacco Nostrano del Brenta e una delle poche fonti di sostentamento della zona. Nel Valbrenta infatti, intorno alla seconda metà del ‘600 arrivò una coltivazione importata dalle Americhe, il tabacco, che si impiantò con un sistema di terrazzamenti a secco, che rubavano terra agli scoscesi pendii di questi luoghi. Ad introdurlo nell’economica della zona, si narra sia stato un monaco benedettino che portò con sè nel convento di Campese, al ritorno da un viaggio, alcuni semi della pianta di tabacco.

Il tabacco del Brenta: una coltivazione ostacolata

Con il rapido diffondersi dell’uso del tabacco, la Repubblica di Venezia, ne comprese il grande valore commerciale, imponendo un dazio sull’importazione e ne vietò, nel 1654, la semina e la vendita privata. Malgrado questi provvedimenti restrittivi la produzione e l’impiego di tabacco del Brenta andò espandendosi, tanto da divenire l’intrattenimento preferito alla corte dei Dogi.
Tra divieti e concessioni, questa coltivazione sostituì la produzione della canapa e del gelso, fino a poco tempo prima tipici di questa zona. Con il passaggio della Valbrenta sotto il controllo dell’Austria, succeduta a Venezia, la produzione aumentò, malgrado i tentativi di ostacolarne la coltivazione.
Con l’avvento del Regno d’Italia e soprattutto nei decenni a seguire, il controllo del Monopolio di Stato si fece molto rigido con la proibizione assoluta di conservare il tabacco per sè da parte dei coltivatori. Le popolazioni del luogo, da sempre afflitte da condizioni di vita estremamente dure con miseria, fame e povertà, iniziarono sistematicamente a dedicarsi al contrabbando del tabacco, combattuto dalla Stato con pene severe e incarcerazioni.
In questa terra, aspra, selvaggia e poco generosa dove sopravvivere era sempre stato difficile, il contrabbando divenne una necessità per non morir di fame. Il tabacco del Brenta prese così percorsi impraticabili e sconosciuti, lungo impervi sentieri di montagna o nascosto nelle canne delle biciclette mentre si scendeva per valli, sfidando la stretta sorveglianza della Guardia di Finanza. Non vi era famiglia della zona che non si dedicasse a questa pratica e nel periodo del dopoguerra, tante donne trovarono impiego nel commercio illegale del tabacco. Ma l’inasprimento delle pene e il fenomeno dell’emigrazione portarono progressivamente all’abbandono di questa coltivazione.

Il tabacco del Brenta: cosa ne è rimasto

Oggi la coltivazione del tabacco del Brenta, una pianta bassa e resistente alle intemperie del clima e conosciuta appunto come “Nostrano del Brenta” è una produzione di nicchia.
Nel 1939, un gruppo di 16 agricoltori fondarono in forma di cooperativa, il “Consorzio Tabacchicoltori Bassano del Grappa”, poi divenuto “Consorzio Tabacchicoltori Monte Grappa”, con il fine di fornire assistenza alla coltivazione, lavorazione e nella vendita del tabacco coltivato a tutti i produttori aderenti al progetto. Il Consorzio, in oltre 70 anni di storia, ha mantenuta viva la tradizione della coltivazione del tabacco del Brenta, garantendo gli alti standard qualitativi  e commercializzando un prodotto completamente italiano ed interamente  lavorato a mano, che racconta storie e tradizioni della gente del Valbrenta.

Fonte:
Cigar Must

 

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