La carta di Amalfi? Ma no, forse meglio il Limoncello!  Se vi state chiedendo cosa accomuni Amalfi alla carta vi racconterò una di quelle storie che lasciano o completamente indifferenti, o affascinati.
Intanto partiamo dal luogo che in effetti non necessita di grandi presentazioni. Perla della costiera che ne prende il nome, Amalfi non è solo una delle mete turiste più belle del nostro paese, ma molto di più. Il tratto di costa chiuso tra Vietri sul Mare e Positano, è un anfiteatro naturale di rocce, profumi e suggestioni, dichiarato Patrimonio Unesco.
La città di Amalfi, il suo meraviglioso centro storico, il maestoso Duomo con la sua infinita scalinata e il suo stile arabo-siciliano, è l’eredità della grande potenza che questa ebbe al tempo in cui divenne la prima delle Repubbliche Marinare, periodo in cui accumulò fortune e ricchezze grazie agli intensi scambi economici con tutti i popoli del Mediterraneo. Accordi  che non si suggellavano – come qualcuno potrebbe pensare- con una stretta di mano, ma con veri e propri contratti commerciali.

La carta di Amalfi: una garanzia di leggibilità

La produzione della Carta di Amalfi iniziò tra il XII e il XIII e nacque semplicemente da una necessità. Le numerosissime transazioni dei mercanti di Amalfi erano all’epoca redatte su pergamena, fatta di pelle essiccata, ma bisognava trovare un materiale che fosse più leggero e soprattutto che permettesse all’inchiostro di essere più leggibile.
Gli Amalfitani trassero allora ispirazione dagli Arabi, che avevano imparato le tecniche di lavorazione della carta dai Cinesi, e si attrezzarono per produrre in proprio il nuovo materiale, dando origine così alla prima produzione made in Italy della carta.
La lavorazione della carta di Amalfi aveva per base stracci e tessuti, preferibilmente di cotone, lino e canapa, che venivano battuti fino a romperne le fibre. Questo materiale veniva poi posto a macerare in tini maiolicati in abbondante acqua fino a raggiungere uno stato semiliquido.
Passava poi in telai con stretti denti di ferro per rimuovere l’acqua in eccesso, successivamente spianato da una pressa e poi lasciato asciugare.
Terminato il processo di essiccazione si otteneva un foglio di raffinatissima carta di Amalfi, conosciuta anche con il nome di bambagina sulla quale veniva sempre impressa la filigrana del produttore.

La carta di Amalfi: dalla Valle dei Mulini ad oggi

Verso la fine del ‘700 la Valle dei Mulini, poco vicino alla città marinara,  contava circa 16 cartiere che producevano la Carta di Amalfi.
Un luogo straordinario questo, con uno scenario surreale fatto di agrumeti e cascate d’acqua  e tanto unico tanto da attirare artisti e poeti da tutte le parti d’Europa per ammirare la bellezza di questo luogo.
La produzione della carta fu molto prolifica  anche nelle valli di Maiori e Minori che, insieme ad Amalfi, ancora oggi conservano numerosi resti monumentali di questa attività, considerati ora siti di archeologia industriale .
Inutile a dirlo la Carta di Amalfi fu una carta regale: le maggiori dinastie reali la utilizzarono per i documenti ufficiale, per firmare trattati di pace, dichiarare guerre e suggellare matrimoni di sangue blu. Molti dei documenti conservati negli archivi storici di tutta Europa sono stati scritti su questa filigrana di qualità che rendeva la carta molto più pregiata rispetto alle altre.
Oggi il procedimento è rimasto sostanzialmente inalterato e la Carta di Amalfi è ancora prodotta e usata dallo Stato del Vaticano, per la corrispondenza di pregio tra Stati, per partecipazioni matrimoniali, dipinti, lavorazioni artistiche, diplomi, album fotografici ed eleganti opere letterarie. Costa un po’, ma estimatori e anche turisti di passaggio ne vanno pazzi,… un po’ come per il Limoncello.

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