Un tempo segno di grande prestigio, pensiamo al mantello dei monarchi, la pelliccia è diventata nell’ultimo secolo un oggetto di moda ambito dalla donne di ogni ceto. A partire dall’inizio del Novecento, a seconda della moda, si sono affermate le pelliccie del delicatissimo cincillà reale, seguite dallo zibellino di Russia. Dopo la Prima Guerra Mondiale trionfa il visone del Canada e, tra le persone più anziane, l’agnello di Persia, a cui si affiancano le volpi argentate e azzurre, ma anche bianche e rosse. Dopo la Seconda Guerra Mondiale è diventato di gran moda il persiano col pelo rasato e trionfa il visone, non soltanto nel classico colore fulvo, ma anche bianco e grigio; largo è pure l’impiego di pelli di castoro per confezionare pellicce intere, conciate in un nuovo modo così da essere più leggere. Da alcuni anni però, complice anche la consapevolezza del trattamento che subisco gli animali da allevamento, la pelliccia non è più un ambito capo di moda, anche se rimane un segno di prestigio come dimostrano nel nostro paese le toghe degli alti magistrati, ornate dal prezioso ermellino.

Pregiata o non purchè sia pelliccia

Il valore della pelliccia dipende in primo luogo dall’animale che la fornisce e dalle caratteristiche di abbondanza, lucentezza, lunghezza, morbidezza, uniformità e colore del pelo. Molti animali, un tempo selvatici, vengono oggi allevati e forniscono pelli molto pregiate tanto che più dell’80% del mercato mondiale è costituito da animali da allevamento; inoltre grazie alle diverse tecniche di tintura e di trattamento, la pelliccia di molti animal, di per sé di scarso valore, viene oggi rivalutata come imitazione di quelle più preziose. Gli animali più pregiati sono il visone, difficile da allevare, ma estremamente redditizio; il castoro; l’agnellino persiano; la marmotta; la martora; il prezioso ermellino. Ma anche animali di minor pregio come, l’opossum, il ghiottone, e il coniglio, spesso noto con il nome francese di lapin, vengono utilizzati per la produzione di capi più economici.

Una pelliccia vale tante sofferenze?

Nonostante le pelli oggi provengano quasi esclusivamente da allevamenti e non da animali selvatici, l’Eurispes, nel Rapporto Italia 2014 ha rilevato che l’85,5% degli italiani ne è contrario all’uso. Si tratta di una percentuale molto alta a cui hanno contribuito anche le campagne delle associazioni per la protezione degli animali le quali, soprattutto negli anni ’90, hanno portato a conoscenza del pubblico i metodi di produzione industriale delle pellicce. Gli animali vengono allevati in condizioni totalmente innaturali, stretti l’uno accanto all’altro in minuscole gabbie e con la minima dose di alimenti necessari a far crescere un pelo folto e rigoglioso, ma il peggio accade nel momento in cui gli animali devono essere soppressi, in quanto l’unico criterio valido è quello della salvaguardia della pelliccia, mentre le sofferenze dell’animale non sono prese in considerazione. I metodi utilizzati sono l’annegamento, utilizzato per gli animali di piccola taglia come l’ermellino o lo zibellino, metodo che mantiene perfettamente intatta la pelliccia; il dissanguamento utilizzato per gli animali di taglia medio o grande ai quali viene tagliata trasversalmente la gola recidendo la faringe, la carotide e la giugulare; la camera a gas, altro metodo che non danneggia la pelliccia; e infine la perforazione del cranio tramite armi da fuoco o altri mezzi meccanici. Ma gli animali possono essere riservati trattamenti ancora peggiori come lo scuoiamento, che consiste nella rimozione della pelliccia dall’animale ancora vivo, od altre pratiche da macelleria come quelle utilizzate per la produzione del persiano che si ottiene dal pelo rasato degli agnellini abortiti. Di fronte a un simile campionario di efferatezze non c’è da meravigliarsi se sempre più persone rifiutano di indossare abiti creati con tanta inutile sofferenza.

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