Il referendum sulle trivelle si voterà il 17 aprile, sulla scia della marea nera sulle coste della Tunisia, di cui i media hanno dimenticato di dare la notizia. Ma qual’ è il vero senso di questo referendum? Cosa sta accadendo o potrebbe accadere nel Mare Nostrum?
Intanto è bene specificare che il referendum sulle trivelle è stato fortemente voluto da 9 Regioni. Veneto, Basilicata, Calabria, Molise, Campania, Liguria, Marche, Puglia e Sardegna si sono schierate in prima linea nel sostenere che lo sfruttamento degli idrocarburi potrebbe avere terribili conseguenze ambientali sul mare italiano, con grave danno per il comparto turistico.
Gli elettori sono infatti chiamati a decidere se cancellare la norma che consente alle società petrolifere di estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine, circa 20 chilometri dalle coste, senza limiti di tempo, ossia fino all’esaurimento del giacimento oppure fino al termine della concessione. Con la vittoria del si, una volta scaduta la concessione, le piattaforme estrattive a meno di 12 miglia dalla costa verrebbero smantellate, ma nulla cambierebbe per gli impianti posizionati a oltre le 12 miglia.
In merito alla durata delle concessioni è inoltre importante sapere che già esiste una regola comunitaria che impone una scadenza alle società private, che svolgono la loro attività, sfruttando beni dello Stato e che quindi il referendum sulle trivelle non sarebbe altro che un allinearsi alle normative europee in materia.
Ma al di là di schieramenti politici, sostenitori del si e del no e astensionisti, gli elettori sono chiamati ad esprimere il loro parere riguardo il futuro energetico dell’Italia e questo malgrado le piattaforme soggette a referendum coprano meno dell’1% del fabbisogno nazionale di petrolio e il 3% di quello di gas.

Referendum sulle trivelle: un cambio di passo verso le energie rinnovabili

Secondo il Ministero dello Sviluppo Economico al momento nel mare italiano ci sono 135 piattaforme e teste di pozzo, di cui 92 ricadono dentro le 12 miglia e saranno soggette a referendum.
L’impegno degli ambientalisti sul referendum sulle trivelle appare quindi giustificato. Queste associazioni denunciano non solo il pericolo di eventuali incidenti con perdita di greggio in mare, ma mettono sotto accusa anche le operazioni di routine sulle piattaforme, responsabili dell’inquinamento dei fondali marini: in mare aperto, infatti, la densità media del catrame depositato sui nostri fondali raggiunge una densità di 38 milligrammi per metro quadrato che è tre volte superiore a quella del Mar dei Sargassi, una delle aree con maggiore inquinamento petrolifero marino.
Durante la Conferenza sul Clima di Parigi ben 194 Paesi, tra cui l’Italia, si sono impegnati a contrastare il cambiamento climatico ed a mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi. Per raggiungere l’obiettivo è però determinante un taglio radicale e veloce dell’uso dei combustibili fossili e nel 2014, un pool di scienziati e ricercatori italiani guidati da Vincenzo Balzani, professore emerito dell’Università di Bologna, coordinatore del Comitato Energia per l’Italia ha scritto al premier Renzi. Nella lettera è stata ribadita l’importanza delle energie rinnovabili come unica via percorribile per tutelare il futuro dell’Italia e del pianeta, malgrado il nostro Paese sia a parametro con gli impegni europei riguardo queste spinoso tema.

Referendum sulle trivelle: qualche numero per essere informati

Ma l’esito del referendum sulle trivelle è strettamente legato anche ai numeri.
E’ bene sapere che ogni anno il turismo in Italia contribuisce a circa il 10% del Pil nazionale, con un fatturato di 160 miliardi di euro e l’impiego di quasi 3 milioni di persone, mentre la pesca, che produce il 2,5% del Pil, garantisce lavoro a quasi 350.000 persone.
Sempre in Italia invece, le attività legate all’estrazione di petrolio e gas impiegano più di 10.000 persone, a cui va aggiunto il contributo versato dalle Società Petrolifere nelle casse dello Stato pari a 800 milioni di tasse, 400 di royalties e concessioni. La pessima scelta del mancato abbinamento delle elezioni amministrative di primavera, decisa per rendere più difficile il raggiungimento del quorum sul referendum trivelle, ha comportato uno spreco di 360 milioni di euro. Non resta che augurarsi una massiccia partecipazione degli elettori. Visti i costi, e potendo esercitare un diritto di espressione, perché astenersi?
Fonti: http://www.left.it/wp-content/uploads/2015/09/trivelle1.png

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